ACSSIA
- ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO -
 - Associazione socio culturale di solidarietà con gli indios-indiani d'America -

 


 

Sport tradizionali tra gli
indios - indiani d
America

A cura del Professore e ricercatore Marco Martini

 

A contatto con la natura sin dall’infanzia e quindi avvezzo al movimento, l’indiano d’America si è ritrovato spesso a vivere esperienze che, una volta cementatesi e divenute tradizione, possono essere classificate sotto quella voce che gli Occidentali chiamano sport. Ci muoviamo però su parametri ben differenti da quelli occidentali, poichè qui ogni disciplina sportiva affonda le sue radici in un mito o in un racconto, cioè in un simbolo al di fuori del tempo, attraverso il quale si riesce a percepire l’inesprimibile, venendo così proiettati nella sfera della Realtà assoluta a prescindere dal passare dei secoli ed al mutare delle circostanze e delle valorizzazioni locali. La dimensione rituale con cui l’evento sportivo riprende il fatto leggendario, coinvolge la società dei nativi americani a tutti i livelli, e non ne limita sviluppi di qualsiasi ordine e grado, anche nel campo del puro e semplice divertimento, ma l’amerindo sa ancora oggi ben distinguere l’impegno puramente ludico dal cimento che lo coinvolge a livello più profondo. Ed oggigiorno, dopo un periodo in cui gli sport tradizionali sono stati abbandonati a favore degli sport occidentali, si registra con piacere la loro riscoperta.

PALLEGGIO

Sono assai diffuse, soprattutto nell’America Meridionale, partite a palla il cui obiettivo consiste nel mantenere la sfera in aria il maggior tempo possibile, senza farla mai cadere a terra. Gli Yamana della Terra del Fuoco, ormai estinti, credevano che il sollevarsi dell’impetuoso e gelido vento tipico di quelle lande coincidesse con l’avvistamento degli albatros, e fabbricavano le pallette con la membrana interdigitale di questi uccelli. Idem i vicini Ona, con un uccello rapace al posto dell’albatros. I Caviña ed i Tumupasa della Bolivia orientale raccontano che il vento era in origine un ragazzo che giocava con la palla lanciandola in aria. In un mito dei Chanè (Bolivia meridionale) si racconta che il proprietario e custode della palla è Ururuti, il condor bianco che è a capo di tutti gli uccelli e domina i venti. Sono tutte testimonianze del più arcaico motivo che spinge l’indio a fabbricare la palla: minacciato da un elemento della natura, il vento, che associa al volatile che sembra «cavalcarlo», produce la sua risposta. Fabbrica una vescica gonfia d’aria, il vento, ed inizia a palleggiarci come a sospingerlo via, arrivando a vere acrobazie pur di evitare che tocchi il terreno. Le partite sono uno spettacolo. Ed ancora di più lo sono le feste cerimoniali che si dipanano attorno ad esse presso etnie in cui il simbolismo si complessifica. È il caso degli indios Uitoto della Colombia meridionale, tra i quali il vento diviene l’elemento che fa staccare il frutto maturo della pianta più diffusa nella loro zona. Con commovente partecipazione vivono l’evento come se il Dio Moma (identificato con il frutto di chontadura, loro principale fonte di sostentamento) si immolasse e si lasciasse decapitare dalla folata di vento (nella partita, la palla ogni volta che viene colpita). Moma offre il proprio corpo affinchè l’uomo possa nutrirsi. La palla è la profondità della Fede che l’uomo, in tutta la sua debolezza e fragilità, contrappone alle Forze a lui superiori. È un gemito. È la Speranza che assume forma sferica e si innalza letteralmente e metaforicamente per aria, come una preghiera. Per poi mutare completamente i suoi significati originari nelle valorizzazioni agricolo-astrali dell’antico Messico, dove il campo da gioco entra a far parte di grandiose unità architettoniche insieme con i templi.

MAYA E AZTECHI

Maschera di Hastsèltsi, uno degli Dei delle gare di corsa a piedi dei Navaho, realizzata per uso rituale con ocra rossa e conchiglie.

 

Il mondo divino dei Maya, in cui dominava il culto del Sole, era composto di 7 Divinità principali, e queste Divinità rappresentavano 7 momenti astronomici: i due punti solstiziali (d’inverno e d’estate), i due punti equinoziali, i due passaggi del sole allo zenit, più il Dio centrale, l’Essere Supremo, il cui nome maya è traducibile in “Cuore del Cielo”. Nella partita a palla, sport che i Maya chiamavano pok-ta-pok, si ripeteva la mitica situazione in cui il settemvirato divino aveva creato ogni cosa, quando cioè le altre 6 Divinità principali si erano riunite all’Essere Supremo. Si trattava quindi di un rito sportivo in cui si riproduceva l’istante creativo per eccellenza, e di conseguenza il mondo ritornava carico di potenzialità, si rigenerava. I 6 giocatori rappresentavano la “periferia divina” che si riuniva nel punto in cui “Cuore del Cielo” aveva creato (nel pok-ta-pok, il campo da gioco). Poichè le estremità si erano fuse nel centro, ogni giocatore poteva adoperare solo la parte centrale del proprio corpo; da qui la regola, assai complicata a capirsi come si vede, che la palla non potesse essere toccata con piedi, mani e testa, ma solo con fianchi, ginocchia, pancia, gomiti. 3 dei 6 giocatori rappresentavano le potenzialità positive, 3 quelle negative. L’incontro tra le due squadre simboleggiava la lotta della vita contro la morte, della fertilità contro la sterilità, del bene contro il male, della luce contro le tenebre, della scienza contro l’ignoranza, della civiltà contro la barbarie. La squadra che rappresentava le Forze positive, per rinnovare la vicenda cosmica che garantiva ai Maya la continuità della vita fino alla successiva occasione rituale, e garantire alla Natura la fecondità, doveva vincere la partita. È probabile – anche se non se ne possiedono le prove – che la squadra delle Forze positive contasse gli elementi migliori del Paese, e vincesse sempre. Naturalmente i Maya erano un insieme di centri abitati autonomi, ed ognuno di essi osservava delle varianti locali di questo sport comunque sostanzialmente uniforme.

Il declino dei Maya e l’ascesa dei popoli degli altopiani vide, come maggiore novità tecnica, l’introduzione di due anelli posti lateralmente, al centro del campo, in cui bisognava far passare la palla. Questi anelli di pietra, dal diametro non molto ampio, corrispondevano probabilmente alla levata ed al tramonto del sole, ed il riapparire del sole, riprodotto ritualmente dalla palla che attraversava l’anello, era equiparato alla germinazione del mais, entrambi simboli di vita. Già sin dai Toltechi però, il dualismo Forze benefiche della Luce contro Forze malefiche della Notte, passò lentamente da un significato agricolo di benessere per tutto il popolo, ad uno principalmente guerriero di vittoria sul nemico, poi palese tra gli Aztechi, che essendo inserito comunque nel culto del Sole, garantiva allo stesso tempo anche tra gli Aztechi il successo dei cicli agricoli.     

HOCKEY

Simile allo sport oggi conosciuto come hockey su prato, si gioca tra due squadre in genere con bastoni ricurvi nella parte terminale, con una variante caratteristica giocata nella fascia orientale degli Stati Uniti, dove si usano uno oppure due  bastoni muniti di retino. Dalla versione ad un bastone con retino ha avuto origine lo sport occidentale conosciuto con il nome di lacrosse. Non esistono regole precise a riguardo della porta in cui si deve segnare (a volte la propria, a volte quella avversaria), del numero dei giocatori, della durata del confronto, di un massimo di reti da realizzare. Anzi, la normativa sembra diretta, pur nelle varianti locali, a far durare l’incontro il più a lungo possibile. Alcuni gruppi di indiani d’America giocano fino a che hanno oggetti da mettere in palio come premi, per altri non conta segnare ma solo guadagnare terreno o portare la palla più lontano possibile, altri ancora dichiarano terminato il match quando sono stanchi (chi ha più punti al momento, vince), in altri casi si mira soltanto a conservare il possesso palla. Anche là dove viene riconosciuto un punteggio ed un successo, ciò che conta è comunque la maniera di giocare, e la vittoria ha importanza solo per dimostrare che si è giocato al massimo, che sono state profuse tutte le energie. È la competizione accesa, generosamente combattuta, che permette al nativo americano di esprimere appieno il suo modo di percepire il reale, dove la dimensione tangibile e quella invisibile si toccano, sono attraversate e permeate da un’unica fonte di energia, che si attiva fino a quando l’armonia e la purezza di intenti vi regnano. Qualunque sia lo scopo per cui la partita viene disputata, l’obiettivo è quello di attivare questa energia. Tra i Cherokee, come in quasi tutta la zona orientale degli Stati Uniti meridionali, si gioca in occasione della festa del grano. Come esempio per illustrare quanto le due dimensioni citate (tangibile ed invisibile) siano correlate riportiamo una testimonianza pubblicata nel 1859 da Charles Lanman: «Nel periodo precedente gli indiani si astengono dal cogliere anche un solo chicco di grano fino al giorno della festa. La festa del grano si svolge durante la notte della luna piena più vicina al momento del raccolto. Se la luna piena arriva solo una settimana dopo che il grano è maturato, i Cherokee per toccarlo, anche a costo di morire di fame, aspettano la luna piena successiva. Ho chiesto loro ragione di questo comportamento, e mi hanno risposto che fino al giorno della festa del grano questo è proprietà esclusiva degli Dei, e che loro ne sono solo i custodi». Ed ancora oggi, quando i nativi d’America scendono in campo, l’atteggiamento non è cambiato: «Noi continuiamo a giocare a lacrosse, il gioco donatoci dal Creatore, come meglio possiamo» (Akwesasne notes, giornale dei Mohawk, july/september 1995, p. 35).

CORSA

 Ricostruzione topografica di una gara di corsa tra indios Gê del Brasile, sforzo massacrante compiuto trasportando pesanti sezioni di tronco di buriti.

 

1) I Tiwa di Isleta, New Mexico, raccontano di una mitica corsa disputata tra Giovane Falco, che veste i colori di una metà tribale in cui si incarna il Sole, e Giovane Cervo, che veste i colori dell’altra metà tribale in cui si incarna la Luna. Il percorso tocca i quattro punti cardinali, cioè gli estremi confini del mondo, e i due si alternano al comando. Quando Giovane Falco tira fuori il suo involucro per pregare, il sole picchia sull’avversario stancandolo; quando Giovane Cervo estrae il suo fagottino sacro e prega, la pioggia inzuppa le ali dell’avversario appesantendolo. Verso il traguardo i due si trasformano: non sono più animali ma esseri umani. Vince Giovane Cervo, e il giorno dopo piove.

2) Recita un canto dei Pima:

La Montagna Nera è lontana ad ovest,
E gli atleti ci corrono intorno a mezzogiorno.
Ma chi è quest’uomo che corre al mio fianco?
Vedo l’ombra delle sue mani che si agitano.

3) L’etnologo Truman Michelson, nel 1927, ci ha descritto l’esperienza di un corridore messaggero  dei Fox, tribù algonchina. Da ragazzo, appartatosi alla ricerca della visione, nel suo tredicesimo giorno di digiuno, gli apparve lo Spirito del Vento che lo elesse suo eroe e così gli parlò: «Oggi la mia benedizione si posa su di te. Io ti dono la velocità del vento, e faccio di te un a’ckâpawa. Ti useranno come messaggero per portare notizie anche molto lontano; ma non importa quanto, perchè io ti dono la mia forza di volontà, il mio coraggio. Diventerai esattamente come me».

4) Nelle ceramiche dei Mochica (cultura della zona peruviana che precede di un millennio gli Inca) si trovano numerose raffigurazioni di messaggeri che corrono con una borsa a tracolla, a torso nudo, con un gonnellino, lungo paesaggi sabbiosi tra piante e fagioli, cactus e ananas. In tutte queste figure di corridori cerimoniali è spesso rappresentata la coabitazione di un essere umano e di un animale.

Questi quattro esempi ci introducono nel cuore dell’esperienza podistica dell’amerindio. Come per gli animali che verso la fine della gara si trasformano in esseri umani nel mito Tiwa, per la figura che si affianca al corridore dei Pima, come per il messaggero sacro in cui dimora lo Spirito del Vento e il podista cerimoniale dei Mochica a cui si sovrappone un animale, mentre corre il nativo americano è allo stesso tempo se stesso e contemporaneamente lo Spirito Guida che vive in lui. Le corse podistiche sono diffusissime nelle Americhe, con varie modalità di svolgimento, alcune delle quali sono uniche in tutto il pianeta, a testimonianza della particolare inclinazione sportiva della vena creativa dell’indiano d’America. Tra le accennate competizioni uniche nel proprio genere ve ne è una in cui i componenti di due squadre portano sulle spalle enormi sezioni di tronchi d’albero, pesanti fino a 100 kg. Ogni squadra ne trasporta una, ed ogni concorrente percorre tratti di qualche centinaio di metri per poi scaricare il peso sulle spalle del compagno di squadra. È una specialità praticata dagli indios brasiliani di lingua Gê, in genere usando tronchi di palma di buriti, e il simbolico tratto da percorrere parte dal bosco dove si trovano queste palme, ed arriva nella piazza centrale del villaggio, a rappresentare la pianta che emerge da sottoterra per nutrire gli indios. Tutti coloro che ci hanno descritto questo tipo di competizioni hanno notato che se una squadra acquisisce un accentuato vantaggio, rallenta ed aspetta che gli avversari si rifacciano sotto. Non si tratta di un atto di «fair play» tipico dello sport moderno di matrice inglese, né di carità evangelica. All’amerindio infatti, come già spiegato, interessa mettere in circolo la maggior quantità possibile di quel fuoco interiore che può sgorgare e rendere così efficace il rito quanto più la contesa è equilibrata. È per questo stesso motivo che nel formare le squadre di hockey o lacrosse i partecipanti vengono accuratamente selezionati, e devono risultare di pari valore sia da una parte che dall’altra. Lo stesso nella lotta, dove si affrontano solo a parità di taglia e prestanza fisica. E ne consegue che, come riporta l’etnologo Curt Nimuendajù in una pubblicazione datata 1946 dedicata agli indios Timbira, al termine della corsa con la sezione di tronco: «I vincitori non ricevono alcun premio, gli sconfitti non vengono derisi, non si vedono espressioni trionfanti né facce abbattute. Nessuna traccia di gelosia o animosità tra le due squadre è percepibile. Non c’è alcuna differenza tra vincitori e vinti, mentre sono oggetto di scherno coloro che non hanno profuso il cento per cento delle energie nella gara».
 

PROFESSIONISMO
 

Messaggero governativo dei Mochica con le insegne del cane, animale aiutante del Dio Ai Apaec e simbolo di fedeltà al Governo, così come è raffigurato su una antica ceramica.

 

 

Abbiamo prima accennato ai messaggeri, e visti gli sviluppi professionistici dello sport nella moderna società occidentale, è doveroso soffermarcisi sopra più a lungo, perchè si tratta della più antica testimonianza di professionismo fondato sulle capacità atletiche che lo sport possa vantare. Ed è una prerogativa quasi esclusivamente appartenente agli Indiani d’America (in tutti gli altri popoli di interesse etnologico, a parte qualche raro caso in Africa e Polinesia, i messaggeri non si spostavano correndo, ma camminando), diffusa dall’Alaska alla Terra del Fuoco. Di alcune straordinarie imprese di enormi distanze percorse in tempi-record, esistono testimonianze scritte trasmesseci da osservatori occidentali. I Pueblo del sud-ovest degli USA, nel 1680 si servirono di molti corrieri per comunicare fino a 300 miglia di distanza che tutti avrebbero dovuto iniziare una rivolta contro gli Spagnoli alla prima luna d’agosto; il messaggio di insurrezione era stato dipinto in pittogrammi su delle pelli di cervo. La confederazione degli Irochesi era addirittura collegata da una pista che i corridori percorrevano per recapitare messaggi da un gruppo tribale all’altro. I Maya avevano strade di calcare bianco per mezzo delle quali i messaggeri-podisti tenevano i collegamenti tra centri cerimoniali e commerciali. I cronisti spagnoli descrivono corridori simili tra gli Aztechi, che portavano messaggi scritti in caratteri ideografici su bastoni biforcuti. Tutti i corrieri amerindi cominciavano ad allenarsi sin da ragazzi, quando scoprivano questa loro particolare vocazione; non svolgevano alcun altro lavoro, e godevano di un ruolo sociale privilegiato nelle rispettive comunità di appartenenza. Ma il maggior sviluppo di questa pratica si registra nei regni succedutisi in quei territori che oggi appartengono al Perù. Tutto ebbe inizio duemila anni fa circa nella civiltà costiera dei Mochica. Man mano che il potere si andò centralizzando, ed i territori annessi ampliavano i confini del regno, si venne a costituire una organizzazione davvero esemplare in cui la molteplicità e complessità dei vari elementi che la costituivano, era parte di un efficientissimo ingranaggio che trovava spiegazione, compimento e unità in Ai Apaec, Essere Supremo fondatore e garante della loro cultura. La vocazione a messaggero – ne esistevano di vari tipi e funzioni – si inseriva nel culto di Ai Apaec in cui l’intero funzionamento del regno Mochica si identificava. I messaggi venivano scritti su dei grossi fagioli, ed esisteva una apposita categoria sociale che esercitava il mestiere di decifratore di tali informazioni. I Mochica avevano costruito una strada che univa i loro centri abitati, ma la loro rete stradale è insignificante se paragonata a quella di oltre 2500 miglia realizzata dagli Inca, che disponevano di un numero di corrieri, che chiamavano chasqui, davvero imponente. Inizialmente vennero adibiti solo a trasmettere messaggi fatti di comunicazioni verbali segrete e di «quipu», corde con nodi che avevano sostituito i fagioli dei Mochica come sistema di comunicazione. In seguito i chasqui furono usati anche per recapitare cibi od oggetti materiali. Questi corridori percorrevano ognuno due chilometri circa, alternandosi a staffetta, e vivevano nei pressi della strada che dovevano percorrere.    

CALCIO-CORSA

Sport unico nel suo genere, che non esiste in alcuna altra parte del pianeta, ed è praticato solo nella zona sud-occidentale degli Stati Uniti ed in quella settentrionale del Messico, è pure il calcio-corsa. La prova consiste nel percorrere di corsa lunghe distanze suddivisi in due squadre, ognuna munita di una palletta da far avanzare calciandola. I componenti di ogni squadra la calciano a turno, correndo verso il punto in cui la palla va a fermarsi (più che di un calcio, si trattava un tempo di inserire la punta del piede sotto ad una pietra di forma sferica, più di recente sostituita da una palletta). In questo rito sportivo sviluppatosi in zone assai aride e legato al desiderio di ottenere la pioggia, sono maestri i Rarámuri, indios messicani meglio noti con il nome di Tarahumara, però la versione più fedele a quella che doveva essere alle origini si è conservata meglio tra gli Hopi, in Arizona. Rito sportivo legato all’esperienza vissuta dal cuore del coltivatore amerindio, nella cui coscienza il ciclo agricolo e la presenza divina si saldano nella reciproca offerta di se stessi. Il calendario di queste corse sacre è decisamente finalizzato verso un evento preciso, la semina, dapprima del fagiolo (a febbraio) e poi del granoturco (a primavera inoltrata). Si disputa più di una gara perchè ogni villaggio Hopi fa capo a una diversa casa cerimoniale (kiva) che ha un rituale e una squadra propri. Nel momento immediatamente successivo alla semina l’acqua è vitale, e gli Hopi vivono le piogge di quei giorni come un intervento dall’Alto in loro favore. La velocità con la quale l’acqua piovana prendere a scorrere quando i letti asciutti dei ruscelli si riempiono, è per loro la prova che l’intervento delle Potenze celesti avviene di corsa. Le concrezioni di limo o di calcare che rimangono al suolo dopo che l’acqua ha invaso il terreno, testimoniano che quel rapido avanzare avviene sospingendo quei sassi di pietra che poi vengono usati nel rito sportivo. La stessa esperienza di comunione mistica con la pioggia e le pietruzze o conglomerati di fango è condivisa, come attestano le documentazioni raccolte, anche dai non lontani villaggi dei Keres di Laguna ed Acoma. Gli Hopi spiegano che durante la gara gli Dei delle Nuvole arrivano in aiuto dei corridori e calciano i noduli minerali precedendo gli atleti. L’energia diventa presenza sotto la forma di ben definite entità del pantheon divino degli Hopi.

TIRO CON L’ARCO

Esercizio legato preminentemente alla caccia e quindi eseguito più a bersaglio che in lunghezza (cioè per arrivare più lontano possibile). Per portarne un esempio ci trasferiamo tra i Waiwai, una etnia di lingua caribe che vive nella foresta al confine tra Guyana meridionale e Brasile settentrionale. Hanno archi altissimi e frecce lunghissime, e pur essendo più orticoltori che cacciatori hanno come quintessenza del concetto di mascolinità il loro grande arco. La competizione si svolge durante la festa che celebra la caccia, denominata Kesemanitopo, che si svolge annualmente durante la più breve delle due stagioni delle piogge, quella di dicembre/gennaio. La festa dura dai tre ai cinque giorni, a seconda dell’ammontare di cibo e bevande disponibili, e si apre dopo il ritorno degli uomini dalla inaugurale caccia di apertura di stagione nella foresta. La gara di tiro con l’arco si disputa il giorno dopo la fine della citata battuta di caccia, e gli attrezzi e le frecce adoperate fungono da premi in palio, distribuiti a fine prova esattamente alla stessa maniera con cui si distribuiscono le prede uccise dopo la caccia. La gara si svolge all’interno della capanna cerimoniale, che ha pareti basse e tetto altissimo, a forma conica. I bersagli, che sono figure di uccelli realizzate in legno, vengono posti sotto la cupola, cioè a 23 metri circa di altezza. Vi partecipano tutti gli uomini del villaggio, e ad ognuno è concesso un solo tiro. Secondo le credenze dei Waiwai, la grande capanna rituale riproduce l’universo. L’energia del sacro che tutto vivifica circola dal soffitto al pavimento attraverso il grande palo centrale attorno al quale si erge l’edificio, così come scorre tra cielo e terra. L’enorme tetto conico è diviso in tre strati esattamente come nelle loro credenze sono tre gli strati celesti, popolati da Esseri soprannaturali descritti come uccelli; ed in tre classi di uccelli essi dividono pure i volatili che popolano la foresta, a seconda dell’altezza del loro habitat naturale. In cielo vive anche il Custode dell’energia cosmica, a cui l’essenza vitale di ogni uccello ucciso ritorna dopo la morte; questo Essere è immaginato anch’esso in forma di uccello. L’equilibrio tra concettualità tribale, regole sociali, caccia e tiro con l’arco è un tutt’uno perfettamente bilanciato al cui centro sta la Fede. Un tutt’uno vissuto come un dono di un amore (energia) che circola e tutto vivifica solo mediante una risposta umana altrettanto carica di amore, in questo caso affidata all’arciere, che quando scocca la freccia mette in comunicazione ed attiva tutti i livelli.

 

SPORT FEMMINILE


 Rielaborazione di un dipinto di George Catlin (1841) che raffigura una partita di hockey femminile tra indiane Menominee e Winnebago.

 

 

Raccontano i Wichita (Oklahoma sud-occidentale) che fu Donna Risplendente ad insegnare alle donne del loro popolo a giocare a palla. Dal massiccio patrimonio mitologico tribale raccolto da George Dorsey ci si rende conto che questa attività sportiva è sempre in rapporto con compiti o problemi prettamente femminili. Le donne dei Maidu e dei Karok (California) gareggiano alla corsa per la Dea Stella-del-Mattino, tra Washo e Luiseño (California) per la Dea Luna, le fanciulle dei Navaho per l’eroina Donna-che-Cambia, tra gli Apache per Donna-Dipinta-di-Bianco. Tra i Chippewa esiste una eroina bravissima nella corsa e nello hockey, Donna Celeste; tra i Clackamas Chinook ne esistono addirittura due: Gran Podista e Grande Lottatrice. Sono figure mitiche in cui si incarna il modello di donna in auge presso ogni singola etnia citata, e nelle quali le ragazze si immedesimano quando gareggiano. Ancor più numerosi sono gli esempi che la letteratura etnologica ci segnala a proposito della specificità a sé stante dello sport muliebre delle Americhe. La palletta usata nello hockey è diversa da quella adoperata dai maschi: consta di due pallette o bastoncini uniti tra loro da una cordicella che va uncinata con il bastone per farla avanzare. Nello sport del palleggio, per ribattere la palla, le ragazze, a differenza dei ragazzi, si servono spesso di una paletta, che adoperano a mo’ di racchetta. Nel calcio-corsa fanno avanzare, anzichè un sasso o una palletta, un rudimentale cerchio, sospingendolo mediante un bastone. Le ragazze delle genti indie che in Brasile praticano la corsa cariche di enormi sezioni di tronchi, utilizzano ceppi assai più leggeri. Le donne praticano insomma gli stessi sport dei maschi, ma in contesti diversi, fatti per lo più su misura per loro. Le espressioni culturali e religiose che li contraddistinguono non sono così imponenti come quelle maschili, fatte di riti, danze, canti, prove che durano anche più di una giornata e coinvolgono l’intero villaggio ed il suo destino, ma sono limitate all’universo femminile.

Anche laddove uomini e donne gareggiano insieme, la funzione femminile è quasi sempre separata da quella maschile. Per esempio, tra gli Inuit di Point Hope, Alaska, i due sessi giocano insieme delle partite che sono a metà tra il rugby ed il calcio occidentali. Queste sfide tra due squadre riproducono il mitico episodio del furto della luce ad opera dell’Eroe culturale, e l’inseguimento che opera nei suoi confronti colui che custodiva la luce prima che l’Eroe gliela sottraesse. Nel mito la donna è solo lo «strumento» che permette all’Eroe di attuare il suo stratagemma, come nella partita la presenza femminile è solo di aiuto ai compagni del sesso forte nel perseguire l’obiettivo. L’aspetto che va maggiormente sottolineato non è però questo, bensì il semplice essere presente, per testimoniare la realtà che il mito instaura, quella di un mondo che si fonda sul bipolarismo di luce e tenebre, stagione buona e cattiva, sole e luna, mare e terraferma, vita e morte, maschio e femmina, ecc. La presenza della donna è del resto costante e significativa anche durante le gare maschili e nei lunghi cerimoniali che le precedono. Per esempio tra i Cherokee, nelle danze che precedono le partite di lacrosse, le musiche rituali maschili e femminili sono differenti, e si svolgono presso fuochi sacri che non sono gli stessi, con formule diverse. Agli uomini servono per trasformarsi dallo stato di tranquillità a quello di aggressività; alle donne per indebolire gli avversari. Gli uomini ballano muovendosi in cerchio (processo di trasformazione), le donne vanno avanti e indietro (per analogia, fanno cioè andare gli avversari «indietro»). Gli uomini danzano al suono del sonaglio, le donne al ritmo del tamburo. Le canzoni maschili chiedono poteri agli Spiriti e riguardano la loro attività; le canzoni delle donne chiedono di togliere potere agli avversari e riguardano l’altrui attività.

Il messaggio dello sport femminile amerindio, sia in occasione delle prove agonistiche vere e proprie che gravitano attorno alla sola sfera femminile, sia nella partecipazione alle gare dei maschi, è insomma il seguente: l’esistenza si basa su un equilibrio tra opposti, complementari e necessari l’uno all’altro, fondamento della vita stessa, pilastro senza il quale nulla potrebbe reggersi e tutto tornerebbe nel caos. Senza la presenza di tutti e due i poli, uno dei quali si aggrega attorno al Feminino, nulla sarebbe possibile.

 

 

CONCLUSIONI

Il numero degli sport praticati dai nativi d’America abbraccia anche altre discipline. Con la palla si giocano anche partite che somigliano al nostro calcio, esiste anche una sorta di lancio del giavellotto in cui l’attrezzo viene fatto scivolare sul terreno o sulla neve anzichè scagliarlo in aria, diffusissima è la lotta, e si praticano anche altre prove di forza, tiro alla fune, corse di ippica, gare di nuoto e di canoa. Presso alcune popolazioni questi cimenti agonistici rivestono (o rivestivano) una importanza pari a quella che lo sport ha nella società moderna occidentale o aveva acquisito nell’antica Grecia. Possono infatti essere parte della loro principale festa cerimoniale, essere stati istituiti dalla loro massima figura ultraterrena, svolgersi nei luoghi sacri tribali, essere rappresentati sugli emblemi tribali, e molti dei loro Eroi o Dei vi si possono dedicare nell’altro mondo insieme ai trapassati. Sono dati questi che mettono in risalto, come gli esempi fin qui riportati, la profonda interconnessione tra materia e spirito, parte di credo molto più antichi e maturi dei nostri, che non separano terra e cielo. Nel cuore dell’amerindio il creato è una grande armonia, un’opera d’arte, ma non deve perdere il suo equilibrio, e questa responsabilità grava anche sull’uomo, che deve attivarsi in tal senso. Lo sport è una risposta alle realtà con le quali la vita lo obbliga a confrontarsi. Egli le illumina con la sua luce interiore, che le arricchisce, in una offensiva spirituale contro le forze della disgregazione e del molteplice. Una Fede non di condanna del mondo, come nel Cristianesimo, ma di partecipazione al mondo, capace di trasformarlo, trasfigurarlo. Una prospettiva che si presenta senza ombra di dubbio come la dimensione spirituale del futuro, per tutta l’umanità.

 

Gioco della palla tra i Maya, con sferisterio adiacente al tempio.

 

                                                                                               Martini  Prof. Marco

  

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